Accanto alla lingua italiana e al dialetto cittadino, a Piazza Armerina si parla una varietà alloglotta di derivazione "ligure-piemontese" detta pure gallo-italica o gallo-romanza. A Piazza Armerina si chiama "ciaccès 'ncaucà ". La nostra città ("oppidum lombardorum") costituisce, insieme con alcuni altri centri della Sicilia orientale (Aidone, S. Fratello, Nicosia, Sperlinga, Acquedolci, Novara di Sicilia) un’enclave linguistica allofona nell'ambito della "Lombardia siciliana" nel senso che tale lingua deriva da una forte mescolanza etnica accaduta nell'XI e XII secolo tra la popolazione locale e le genti "lombarde" al seguito dei Normanni. Tale influsso settentrionale si calcò su una preesistente parlata di lingue latine, arabe, greche e normanne. Un influsso francese si ebbe col dominio di Carlo d'Angiò nel XIII sec. L'arrivo successivo degli Aragonesi che sostituirono il casato angioino creò un'ulteriore influenza linguistica, infatti la parlata vernacolare piazzese (ma anche il dialetto cittadino) è infarcita soprattutto di termini arabi misti a quelli francesi e catalani.
Il motivo principale che portò all'emigrazione di gente nordica nei nostri territori fu principalmente quello di voler riequilibrare, da parte dei Normanni, la prevalenza numerica musulmana nell'Isola e questo avvenne mediante la fondazione di monasteri e altri meccanismi di ripopolamento attuate dai signori feudatari, come promesse di privilegi, franchigie o immunità .
La casa aleramica ebbe una grande importanza nel disegno di emigrazione, specie al termine della conquista normanna quando si creavano certamente dei vuoti demografici con lo spopolamento di molti casali e l'abbandono dei centri abitati da parte dei musulmani e dei greci residenti. Un periodo favorevole per l'emigrazione lombarda fu quello che seguì il terremoto del 1169 che devastò la Sicilia. Un altro periodo fu quello che seguì la ribellione dei feudatari contro Guglielmo I, epoca in cui furono perseguitate e soppresse le popolazioni musulmane (Piazza Armerina, per questo, fu punita con la totale distruzione).
Questa lingua oggi è parte della tradizione e della cultura di questa parte della Sicilia e viene disdegnata dalle giovani generazioni, venendo considerata come rozza e caratterizzante lo status di "villici" e non di "cittadini". Così, se qualcuno usasse sempre questo linguaggio, seppur molto colorito e pittoresco, egli verrebbe giudicato come proveniente dal ceto plebeo. Talvolta è usata, per brevi frasi, proverbi o modi di dire, dai giovani studenti in chiave ludica.
Fortunatamente il gallo-italico, oltre che nel linguaggio parlato dei vecchi quartieri del centro storico, viene usato tuttora, così come era già tradizione, nel campo poetico e letterario e così alcuni caparbi personaggi (P. Testa, S. Arena, L. Todaro, T. Platania, S. Pilotta, A. Libertino et al.) continuano coi loro scritti - quasi un'autoidentificazione e una coscienza di sé - a salvaguardarlo e trasferirlo alle future generazioni.
Appena si ode qualche piazzese usare tale lingua salta all'orecchio un'assonanza misteriosa come di incomprensibile piemontese o francese, e tuttavia affascinante e divertente.
Per assaporarne lo charme bisognerà nascostamente mescolarsi con la gente anziana nelle viuzze della città vecchia e ascoltare le loro espressioni senza dare nell'occhio. Si avrà la sensazione di trovarsi in un paese straniero.
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